Monitoraggi dell’avifauna senza segreti

Nel “Lunedì della Rete” svoltosi a Tenna il 29 giugno Alessandro Franzoi, ornitologo del MUSE, ha illustrato come si svolgono i monitoraggi dell’avifauna in Trentino.

Sono quasi 400 le specie di uccelli che, fra svernanti, migranti e occasionali, frequentano il territorio trentino.
Ma da dove scaturisce questo numero?
Dai diversi monitoraggi che il MUSE, su mandato della Provincia autonoma di Trento e in collaborazione con alcuni Servizi provinciali, porta avanti da decenni per dare risposta a quanto prevede la Direttiva Uccelli, la più antica normativa dell’Unione europea sulla conservazione della natura. Questa norma, risalente al 1979 e poi aggiornata nel 2009 è stata recepita dallo Stato italiano nel 1992 e ha l’obiettivo di proteggere tutte le specie di uccelli selvatici che vivono nel territorio europeo, tutelando gli individui, le uova, i nidi e i loro habitat.

La Direttiva Uccelli riconosce la perdita e il degrado degli habitat come i più gravi fattori di rischio per la conservazione degli uccelli selvatici; si pone quindi l’obiettivo di proteggere gli habitat delle specie elencate nel suo “Allegato I” e di quelle migratorie non elencate che ritornano regolarmente, attraverso una rete coerente di Zone di Protezione Speciale (ZPS) che includano i territori più adatti alla sopravvivenza di queste specie.

Per poter attuare le misure di conservazione è naturalmente prima necessario conoscere quali sono le specie presenti e questo è ciò che Alessandro Franzoi e colleghi fanno attraverso diversi censimenti.

I monitoraggi attivi in provincia di Trento sono fondamentalmente cinque:
-i monitoraggi nelle zone umide di fondovalle, i cosiddetti “biotopi” istituiti negli anni Ottanta, luoghi ideali per la nidificazione di una grande varietà di uccelli.
La Rete di Riserve del fiume Brenta è ricca di queste aree, come ad esempio le ZPS “Inghiaie” e “Fontanazzo” o i canneti di Levico e San Cristoforo.

Un secondo ambito di ricerca è quello dei rapaci notturni e diurni, che si focalizza soprattutto sul censimento del gufo reale (con popolazione in aumento negli ultimi anni anche grazie a interventi per ridurre la mortalità dovuta all’elettrocuzione), del nibbio bruno e del falco pellegrino.

C’è poi il “Progetto Alpi” che riguarda gli uccelli migratori e che vede il MUSE gestire due stazioni di inanellamento: una a Bocca di Caset e una seconda  al passo Brocon.
Ha destato molto interesse e curiosità tra il pubblico la spiegazione delle modalità di cattura e monitoraggio attuate nelle stazioni di inanellamento; stazioni che è possibile e che consigliamo caldamente di visitare.

Un altro importante monitoraggio è quello delle specie che vivono in ambiente agro-silvo-pastorale. Il crollo di presenza del Re di quaglie  è dovuto alla gestione non ottimale dei prati, mentre l’individuazione di singole piante forestali (soprattutto faggio e abete bianco) segnate perché ospitano cavità-nido di picchi e a seguire di altre specie sia di uccelli che di mammiferi, aiutano a conservare queste specie.
C’è poi il problema dei frutteti, sempre meno “biodiversi” e quindi poco adatti ad ospitare uccelli.

Un ultimo monitoraggio portato avanti dal MUSE è quello dei “rifugi climatici di alta quota“, siti sempre più risotti a causa del riscaldamento climatico, che ospitano specie come il fringuello alpino o la pernice bianca che solo qui trovano il loro habitat.

A dimostrazione dell’interesse riscontrato da questo “Lunedì della Rete” ci sono le numerose domande poste dal pubblico ad Alessandro Franzoi in chiusura dell’incontro. Domande che hanno spaziato dalla richiesta di approfondimenti sul lavoro svolto dai ricercatori nelle stazioni di inanellamento al censimenti del gallo cedrone (di competenza più dei servizi forestali provinciali), dall’opportunità di liberare fringillidi detenuti in cattività all’eventuale problematica  dovuta alla presenza del cormorano.

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